L’analisi del voto: buone notizie dal fronte dell’astensione
La notizia è che gli italiani non seguono più i pifferai magici del Sistema. L’affluenza alle regionali dell’Emilia Romagna, dell’Umbria e della Liguria parla fin troppo chiaro: la metà o meno degli elettori di queste tre regioni non si è presentata ai seggi. Il dato dell’astensionismo diventa particolarmente significativo considerando il 46% dei votanti in Emilia Romagna, la “regione rossa”, quella più indottrinata e fedele al verbo piddino. Il partito dell’astensione è ormai maggioritario anche lì, ed è un fatto storico, clamoroso e rivelatore: è la campana a morto per la classe politica e il de profundis per i centri di potere che l’hanno gestita dietro le quinte. Se all’analisi includiamo poi le europee dello scorso giugno, per non parlare delle ultime politiche del 2022, il trend diventa nazionale e ormai consolidato: il sistema politico nel suo complesso, centrodestra e centrosinistra, Pd vero e Pd meloniano (“Roma Polo e Roma Ulivo”, cit.) è stato in blocco delegittimato e ricusato dagli italiani. Ormai vota la minoranza degli elettori, pertanto tutte le forze politiche non sono più rappresentative. Siamo alla crisi di rigetto, profetizzata facilmente e da tempo da chi aveva occhi per vedere.
Tutto questo è un male? Certo che no. Questa reazione da parte degli italiani era inevitabile e per certi versi anche necessaria, e viene non a caso dopo un ventennio di un’acutissima crisi economica artificiale indotta dall’euro, dopo una serie di governi tecnici mai eletti che hanno asservito l’Italia agli interessi di Bruxelles e alla Troika e dopo il triennio criminale di una pandemia inventata e di un golpe de facto a colpi di Dpcm incostituzionali. Cosa mai poteva andare male? A tutto questo si aggiunge la delusione prodotta da una serie di forze politiche che si erano presentate negli scorsi anni come fautrici di un profondo rinnovamento e che invece hanno scientificamente tradito le promesse elettorali e l’orientamento nettamente sovranista assunto dall’elettorato italiano, rivelandosi per quello che sono sempre state, ossia dei contenitori di dissenso: Cinque Stelle, Lega e Fratelli d’Italia.
E ora come se ne esce? Come contrastare il vento dell’antipolitica che spira forte sul nostro Paese? Ci vorrà tempo e pazienza, ma ci riusciremo. Chiaramente il vento, anzi la tempesta, non cesserà fino a che non avrà spazzato via tutti quelli che hanno responsabilità politiche. Sara peggio del 1992-1994. Ma poi si dovrà tornare alla politica. La politica non è un male, lo è invece la cattiva politica. C’è stato un tempo, ormai dimenticato, in cui la parola “politica” esprimeva un’aura di nobiltà, di autorevolezza quasi sacrale. La politica in origine era l’arte di essere un cittadino: politiké téchne, l’arte, la competenza propria del polites, dell’abitante della polis. Era l’arte imprescindibile coltivata da tutti coloro che volevano organizzarsi in comunità e prendere decisioni collettive. C’è stato dunque un tempo nel quale lo Stato ero io, eri tu. Sono ormai lontani quei tempi. Nei nostri, al contrario, il cittadino vive un conflitto quotidiano con lo Stato, che appare ai suoi occhi come altro da sé, un mostro gigantesco e ostile, un leviatano con al vertice una casta arroccata nei suoi privilegi e intenta a servire la causa di forze anti umane. La contrapposizione tra il cittadino e lo Stato è il segno più caratteristico del nostro presente. Gli abitanti di questo Paese non sono più orgogliosi di essere italiani. Non si sentono Stato e la conseguenza più notevole di questa rottura, di questo divorzio tra la politica e il cittadino è che la politica è diventata un sapere tecnico, estraneo alle persone e asservito ad altri interessi: finanziari, dispotici, anti-umani.
Dobbiamo allora ricominciare a sentire lo Stato come qualcosa che ci appartiene, dobbiamo ricominciare a fare politica tutti i giorni. Ogni azione quotidiana deve essere un’azione politica. Riappropriamoci della politica. La politica non deve più essere una questione per addetti ai lavori: ognuno di noi è un addetto ai lavori. Nel suo discorso d’insediamento, nel gennaio del 1961, JFK disse: «Non chiedetevi cosa il vostro Paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro Paese». In questa rivoluzione di cui dobbiamo diventare gli artefici, deve essere chiaro a tutti che la responsabilità della situazione presente è soltanto nostra. Ognuno di noi ne è responsabile. Non siamo vittime del sistema. Riprendiamoci dunque il nostro potere, assumiamoci la responsabilità e ricominciamo a pensare al bene collettivo, non agli interessi immediati del nostro gruppo o della nostra particolare categoria sociale. È questa la soluzione che Forza del Popolo deve offrire a questo Paese, pena la ripetizione drammatica degli stessi errori dei vecchi partiti: promuovere una rivoluzione culturale.
Francesco Gerardi