17 Dicembre 2023

I cattivi maestri della democrazia diretta: perché uno non vale uno

By Francesco Gerardi


A BEN vedere, non è la classe politica la radice vera del problema, ma la società. Non sono gli eletti. Sono gli elettori. Se la pianta della società muore, è chiaro che le foglie della politica seccano.

Il fatto è che troppa gente confonde il liberalismo con la democrazia e pensa che le due cose siano necessariamente legate. Spiacente, non è così. Sono due categorie del pensiero diverse, nate in epoche lontanissime ed è perfettamente possibile che l’una viva senza l’altra, come storicamente è avvenuto.

Il liberalismo è una filosofia, appartiene dunque alla categoria concettuale delle idee, alla teoria della politica. La democrazia è invece un regime politico, o un metodo, e appartiene alla categoria delle istituzioni politiche, ossia delle forme di governo. Ricorderete che nell’Atene democratica di Pericle avevano diritti politici solo i cittadini maschi di sangue ateniese. Donne e schiavi non contavano nulla.

Nello Stato liberale ottocentesco, al contrario, votava una minoranza di notabili, ma tutti i cittadini (almeno in teoria) erano uguali davanti alla legge, indipendentemente dal sesso, dal censo e dal credo religioso.

Il liberalismo è quella dottrina che si fonda sulle libertà individuali, sull’eguaglianza giuridica dei cittadini, sulla divisione dei poteri, sullo stato di diritto garantito da una costituzione, sulla rappresentanza dell’elettorato in un parlamento con potere legislativo, sulla sovranità e laicità dello stato e sulla tolleranza religiosa.

La democrazia invece è soltanto una forma di governo, fra le tante possibili. In particolare è quella forma di governo basata sul principio maggioritario: decide la maggioranza.

Ma se questa maggioranza è costituita da un ammasso di ignoranti inebetiti dalla televisione, pecore senza cervello e senza un minimo sindacale di spirito critico e di spessore, che crede di avere potere di scelta solo perché ha in mano un telecomando, la cosa si fa un attimo preoccupante, non trovate? Non è desiderabile un parlamento di notabili, come nell’Ottocento, ma neppure un parlamento di ingenui entusiasti, manipolabili dal capo carismatico di turno (Grillo, ad esempio) o, peggio ancora, da altri attori che si muovono dietro le quinte o nell’ombra. La democrazia diventa così quello strumento di manipolazione di massa che è in realtà.

Occorre un cambio di paradigma, occorre tornare al merito: a contare devono essere le capacità. Non il numero.

Molti secoli fa, il pensiero pitagorico ha elaborato una formula: non è l’eguaglianza aritmetica che bisogna ricercare (dare a tutti la stessa parte), ma l’eguaglianza geometrica: dare a ciascuno in proporzione al merito. Anche Eraclito, in fondo, esprime questo concetto, quando afferma (B 49, Diels-Kranz): «Uno solo per me vale diecimila, se è il migliore».

La democrazia è semplicemente una formula di governo e, se ci si limita a considerarla come tale, è rispettabilissima. Non è, invece, un credo religioso, né un principio etico. L’esaltazione quasi mistica della democrazia diretta è una distorsione e ha sempre prodotto abomini, come il giacobinismo. Per questo è quanto mai necessario riappropriarci di alcune grandi lezioni del pensiero politico antico (Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone), che da più di venti secoli ha messo in luce i rischi dell’applicazione esasperata del principio maggioritario.

Nella sua “Politica” Aristotele dice che la democrazia è una forma di governo che va benissimo per le società altamente evolute, in cui la comunità politica è composta da cittadini di grande consapevolezza, ma è inadatta per le società arretrate. Quella in cui viviamo è forse una società evoluta?

Io immagino un mondo in cui gli individui ambiscano a realizzare al meglio e al massimo grado il proprio potenziale. L'”aristocrazia” va intesa solo e soltanto in senso etimologico: è, né più né meno, proprio quella meritocrazia di cui troppo spesso si parla senza mai realizzarla.