17 Dicembre 2023

Il classico: “Le città invisibili” e il messaggio di Calvino

By Francesco Gerardi


POCO più di 50 anni fa, era il 1972, usciva uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento. Un’opera destinata a diventare uno dei romanzi italiani più conosciuti nel mondo: “Le città invisibili”. Un testo rivoluzionario che attraverso 55 immagini memorabili di città e i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Khan costituisce un poema d’amore alla città – come lo ha definito lo stesso Calvino – nel tempo della sua crisi, che l’autore già allora intravedeva. Ora, tra le molte cose che rendono indimenticabile questo libro c’è il finale. Sono giusto poche righe, che in questi giorni continuavano a ronzarmi per la testa senza che riuscissi a capirne il perché. Poi, improvvisamente, ho capito. È la magia dei classici: opere in grado di essere per sempre attuali come fossero state sempre scritte ieri. Quelle righe conclusive ci parlano di oggi, dispensando un insegnamento molto saggio.

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne.

Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Quello che abbiamo vissuto in questi anni è stato un vero e proprio inferno. E di questo inferno ormai conosciamo tutto: sappiamo quali sono i poteri che lo hanno concepito e messo in atto. Sappiamo chi sono i mandanti, i complici e gli esecutori. Sappiamo e, questa volta, abbiamo le prove. Una mole enorme e circostanziata di dati, studi pubblicati, dichiarazioni inequivocabili e atti politici.

A questo inferno la gente ha reagito in due modi.

La maggioranza lo ha accettato e ne è diventata parte fino al punto di non vederlo più.

Una minoranza, invece, ha avuto la forza di scegliere la strada rischiosa: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non era inferno.

Abbiamo una sola vera via d’uscita dall’inferno che abitiamo tutti i giorni: metterci lì, con attenzione, a cercare e a riconoscere chi e cosa non è inferno. In politica, in medicina, nella società, nel giornalismo. Occorre ripartire da lì. Dalle persone e dalle cose che non sono inferno.

Con coraggio, con calma.

Ma diamogli spazio, e facciamole durare.