17 Febbraio 2022

Il Terzo Livello: MassoMafia e Servizi Segreti Deviati

By Il Corriere del Popolo

Dieci anni prima di morire, durante l’incontro della “Commissione per la riforma giudiziaria e l’amministrazione della giustizia” tenutosi a Castel Gandolfodal dal 4 al 6 giugno 1982, Giovanni Falcone coniava un’inedita espressione criminologica, per indicare i tre livelli del crimine organizzato. Falcone, insieme al collega Giuliano Turone, si presentò a convegno con una relazione, intitolata “Tecniche di indagine in materia di mafia” e destinata a segnare definitivamente il superamento della concezione di crimine organizzato limitata ai meri esecutori materiali di atti coordinati in alto.

Da WikiMafia.

La relazione di Falcone e Turone, nel tentativo di mettere a fuoco le nuove tecniche di indagine sperimentate con successo dal primo nel processo Spatola e dal secondo nell’affaire Sindona e nelle indagini sulla P2, avevano distinto tre tipologie di reato mafioso, ciascuno differente dall’altro a seconda del numero di reati finanziari che comprendeva.

1. Secondo questa classificazione, erano da considerarsi “reati di primo livello” quelle “attività criminali mafiose direttamente produttive di movimenti di denaro: si tratta di quei reati che hanno un immediato risvolto finanziario e che sono quindi più facilmente e direttamente aggredibili attraverso l’indagine patrimoniale […]. Fanno parte di questo primo livello di reati le varie attività illecite tradizionali delle organizzazioni mafiose (estorsioni organizzate, accompagnate da relativi atti di violenza e di intimidazione, contrabbando di tabacchi, pietre preziose e simili, sofisticazione di vini etc.), nonché il grande traffico nazionale e internazionale di stupefacenti (che presenta significative interferenze con il traffico clandestino di armi) e, infine, l’industria dei sequestri di persona a scopo di estorsione”.

2. Erano invece “reati di secondo livello” quei “delitti che si ricollegano comunque alla logica mafiosa del profitto ed alle relative lotte fra cosche per il controllo dei campi di attività (… per esempio si pensi ai tanti omicidi per regolamenti di conti fra cosche mafiose)”.

3. Infine, i “reati di terzo livello” erano quelli che “miravano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere ([…] si pensi ad esempio all’omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l’assetto di potere mafioso)”.

Fu così che la struttura di Cosa Nostra venne riassunta in tre livelli: al primo vi erano gli esecutori materiali, al secondo i capifamiglia, mentre al terzo c’era una fantomatica super-Commissione nella quale erano presenti mafiosi, politici, colletti bianchi, massoneria ed esponenti dei servizi segreti.

https://www.wikimafia.it/wiki/Terzo_livello

Nel corso dei seguenti dieci anni, Falcone negò a più riprese l’esistenza del Terzo Livello, quasi in contraddizione con quanto intuito dallo stesso e da questi sostenuto nel 1982. Si tratta di una delle pochissime lacune attribuibili a Giovanni Falcone.

La negazione del terzo livello da parte dello steso Falcone lo portò a subire attacchi frontali e pubblici, come quello di Leoluca Orlando nell’episodio storico in diretta televisiva davanti alle telecamere del piduista Maurizio Costanzo e di Michele Santoro.

Ancor oggi c’è chi nega l’esistenza del Terzo Livello, mentre altri la affermano parlando apertamente di “MassoMafia“. L’inchiesta di Reggio Calabria, ribattezzata “Operazione Mammasantissima”, già nel 2016, poneva in evidenza il salto di qualità della ‘ndrangheta, con rapporti sempre più compenetrati tra criminali, politici, colletti bianchi e pezzi dello Stato.

Probabilmente, non capiremo mai la ragione per cui Giovanni Falcone si ostinò a negare l’esistenza del terzo livello, che pur egli stesso teorizzò per primo, con una relazione data alle stampe per la riforma del procedimento penale contro il crimine organizzato. Non manca chi rileva che, probabilmente, Falcone si è ritrovato a giocare una partita a scacchi con la morte, iniziata proprio quando andò a toccare i fili scoperti dell’alta tensione, quelli che se li tocchi muori. Magari, qualcuno osa pensare, Falcone si cimentò nella lotta al terzo livello fingendo di non riconoscerlo, per avere mani libere ed ottenere gli interventi legislativi che poi porteranno alla legislazione antimafia, nata nel suo nome. Ciò che conta, quindi, non sono le dichiarazioni di Falcone sul terzo livello, ma le sue concrete iniziative che lo portarono a fornire alla Repubblica italiana gli strumenti per contrastare “il terzo livello”.

In questa direzione, risultano coerenti le dichiarazioni di Roberto Scarpinato, che del pool antimafia fece parte. Per Scarpinato, “Segmenti di classe dirigente ed élite insieme in cabine di regia decidono leggi: è la ‘massomafia’”.

Ma chi è Roberto Scarpinato? Per capire il livello del magistrato, leggiamo la sua biografia.

Inizia la carriera in magistratura nel 1980. Dopo avere prestato servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo nel 1991 entra a far parte del pool antimafia collaborando con Giovanni Falcone e con Paolo Borsellino. Si occupa – tra le altre cose – della requisitoria al processo sull’assassinio politico-mafioso di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana, di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana e di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Dopo la strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, è il promotore della rivolta di otto sostituti procuratori contro il procuratore capo Piero Giammanco, al quale viene addebitata la responsabilità di avere progressivamente isolato Giovanni Falcone, inducendolo ad andare via dalla Procura di Palermo. Quella clamorosa presa di posizione innesca un conflitto interno alla Procura di Palermo che costringe il Consiglio Superiore della Magistratura ad intervenire ed induce il procuratore Giammanco a chiedere il trasferimento. Alla Procura della Repubblica di Palermo inizia così una svolta: Giancarlo Caselli è il nuovo Procuratore; viene arrestato Salvatore Riina e vengono avviate le indagini per alcuni dei più importanti processi sui rapporti tra mafia e potere, che porteranno sul banco degli accusati molti intoccabili, tra i quali il senatore Giulio Andreotti (il quale fu prosciolto e prescritto per i fatti antecedenti al 1980) e Bruno Contrada, numero tre dei servizi segreti civili, il quale sarà condannato a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La nuova stagione dell’antimafia decolla definitivamente portando all’arresto dei più importanti capi della mafia militare, a centinaia di condanne all’ergastolo e contemporaneamente alla prosecuzione di indagini e processi sul versante strategico delle collusioni con i colletti bianchi.

Il nome di Scarpinato torna alla ribalta per l’indagine sui cosiddetti “Sistemi criminali”, che investe i moventi ed i retroscena politici delle stragi del 1992 e del 1993. Divenuto Procuratore aggiunto, conduce pressanti indagini sui rapporti tra la mafia e la massoneria deviata, sulla Trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra nel periodo delle stragi, e sui rapporti tra mafia ed economia.

Nel 2005 assume la direzione del Dipartimento mafia-economia all’interno del quale crea un gruppo di magistrati e investigatori specializzati, che smantella colossali patrimoni illegali, giungendo a sequestrare dal 2008 al 2010 beni in Italia ed all’estero per un valore di circa tre miliardi e cinquecento milioni di euro. Nel giugno 2010 viene nominato Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta. Il 7 febbraio 2013 è nominato, dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, con le sole astensioni dei due membri laici del PdL e del membro laico della Lega Nord, nuovo Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo.

Bene. Roberto Scarpinato è quindi il prosecutore diretto dell’azione investigativa di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.

E a quali conclusioni è arrivato il magistrato Scarpinato?

ESISTE IL TERZO LIVELLO. Si tratta del punto di congiunzione tra interessi eterogenei, apolidi, transnazionali ove si crea un luogo ideale di raccordo del “crimine economico” internazionale.

Scarpinato: Italia governata da élite criminali e pezzi di politica: è la massomafia

Il procuratore generale di Palermo: “La mafia ha cambiato aspetto”.

Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervenendo a Insolvenzfest 2016 Dialoghi interdisciplinari sull’insolvenza ha spiegato che esiste un nuovo tipo di associazione criminale, quella che ha definito come “massomafia”. Di che cosa si tratta lo ha spiegato lo stesso procuratore parlando di una mafia “bassa intensità di violenza”, che si occupa soprattutto di “offrire beni e servizi – dalla cocaina alle prostitute allo smaltimento illecito dei rifiuti – a un mondo di cittadini normali e di imprese che li vuole” per “creare accettazione sociale” e rendere inservibili le armi a disposizione del sistema giudiziario, creando il pericolo di un “disarmo progressivo”. La masso mafia poi opera anche a un livello più alto, nelle “élite criminali” che affiancano “pezzi di classe dirigente” nelle “cabine di regia in cui si fanno leggi ad hoc e si decidono grandi affari, come le privatizzazioni dell’energia e dell’acqua”.

Scarpinato ha spiegato: “Esaurito il carburante della spesa pubblica illimitata, l’organizzazione è diventata un’agenzia che offre sul mercato beni e servizi, dalla cocaina allo smaltimento illecito dei rifiuti, creando accettazione sociale. In più è emersa un’oligarchia che non si sporca le mani con la violenza ma tratta alla pari con i colletti bianchi dello Stato”perché, ha avvertito il magistrato, “gli strumenti giuridici che abbiamo sono stati costruiti per la mafia dei brutti sporchi e cattivi. Ma i mafiosi non sono più così: stanno diventano persone che ci assomigliano sempre di più”.

A cambiare negli ultimi decenni il comportamento delle associazioni mafiose che hanno abbandonato la tecnica stragista è stata la globalizzazione e il trasferimento del controllo sui bilanci pubblici europei dai governi nazionali a Bruxelles. Dopo la firma dei trattati di Maastricht e il varo del fiscal compact le mafie tradizionali, cresciute in un’economia “drogata da una spesa pubblica potenzialmente illimitata, che alimentava il management del sottosviluppo”, sono rimaste indietro e sono nate associazioni a delinquere mercatiste. Queste non si sporcano le mani con l’estorsione e attività criminali ad alto rischio, ma offrono al mercato ciò che vuole e a prezzi concorrenziali.

La lezione l’hanno imparata da “Lucky Luciano”, ha raccontato il magistrato, aggiungendo: “Gestiscono eroina, cocaina, tabacchi di contrabbando, prostituzione, gioco d’azzardo. Beni che tanti normali cittadini vogliono. In più al Nord la ‘ndrangheta offre sul mercato servizi richiesti da migliaia di imprese perché consentono di abbattere i costi di produzione e massimizzare i profitti: se devi costruire un grattacielo in centro a Milano ma prima occorre demolire una palazzina piena di amianto, il colletto bianco della mafia te lo propone a un costo di 40 contro i 100 del mercato legale”.

La masso mafia di cui parla il magistrato coinvolge diversi contesi dai liberi professionisti, agli amministratori locali, ai cittadini perché il suo modus operandi “non crea opposizione ma accettazione sociale”, ha spiegato. “Non è paura: fanno leva sugli interessi personali. Il risultato è che i nostri strumenti di contrasto diventano inadeguati: una sezione della Cassazione, davanti a un caso di mafia al nord senza atti di violenza sul territorio, ha stabilito che si trattava di ‘mafia silente’ e dunque non c’era reato, perché mancava il requisito dell’articolo sull’associazione mafiosa che dice che per configurarla ci vuole, appunto il metodo mafioso”. Un’altra sezione ha invece parlato di “una cellula della casa madre calabrese, la quale in Calabria il metodo mafioso lo usa. Una giravolta giuridica, sintomo che il sistema di fronte a questa evoluzione è in sofferenza. Anche sequestro e confisca non funzionano più se la mafia non investe in palazzi ma in fondi e strumenti finanziari”. Avverte quindi Scarpinato: “C’è un gap conoscitivo tra la nuova realtà della mafia e quello che l’opinione pubblica ma anche molti operatori di giustizia pensano. Ma se pensi che quando non ci sono una pistola puntata e una coppola storta non c’è mafia, c’è il pericolo di un disarmo progressivo”. Il magistrato insiste: “E’ un problema non solo da giuristi, ma criminologico, politico e sociale: occorre un ripensamento complessivo dell’intervento giuridico contro le mafie mercatiste, che tenga conto di questi confini sempre più sfumati”.

La masso mafia è indicata da Scarpinato tra le “nuove forme criminali che nascono dall’ibridazione di segmenti della classe dirigente che praticano in modo sistematico il crimine, per esempio attraverso la corruzione, e aristocrazie mafiose che confluiscono in nuove superstrutture, sistemi criminali, comunità di élite”. Spiega Scarpinato: “Si può chiamarla massomafia o P4, P6, P9” ma è “diventata un fenomeno incontenibile e in crescita costante perché nel nostro Paese si è venuto a creare, di fatto, uno statuto impunitario”, alimentato ha continuato il magistrato dalla corruzzione. “In carcere a espiare pene per reati contro la pubblica amministrazione non c’è praticamente nessuno – ha ricordato il procurato di Palermo, – perché ci sono leggi che hanno azzerato i rischi e il costo penale che paghi se vieni scoperto. La prescrizione massima è di sette anni e mezzo: in Sicilia si sta prescrivendo il processo per una delle maggiori truffe su fondi Ue per la formazione, il caso Ciapi. La riforma? Pannicelli caldi. Quest’anno io ho chiesto al ministro, per l’ennesima volta, di estendere il raddoppio dei termini di prescrizione che vale per i reati di mafia a quelli contro la pa. Ma non se ne fa mai nulla. Poi servono gli infiltrati. Ma anche di questo non si fa mai nulla. Così l’impunità è garantita”.

I padrini delle logge segrete: le massomafie

Giuseppe Lombardo, Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, afferma che anche le sue indagini convergono sull’esistenza della massomafia.

Anche Nicola Gratteri parla apertamente di Massomafia.

Gratteri ai ragazzi di Vibo: “Qui un groviglio di massomafia. La gente sa che facciamo sul serio”.