16 Giugno 2022

La disfatta dei 5 Stelle. La caduta di Conte

By Il Corriere del Popolo

Conte è caduto. Lo ricorderemo come usurpatore di funzioni non proprie e come eversore dell’ordine democratico. Con un’attenuante. Quella d’aver agito privo della consapevolezza di essere manovrato da menti raffinatissime.

di Lillo Massimiliano Musso
Sembra un tempo lontano quello del Presidente più amato dalle italiane. Amato dal popolo e rispettato dai potenti. Amato al punto da conservare un indice di popolarità elevatissimo anche nei momenti in cui imponeva, in diretta nazionale, limitazioni inaudite. Amatissimo quando “consentiva” pezzettini di libertà ai terrorizzati quanto mansueti cittadini, in un rapporto di sudditanza psicologica che ha portato il popolo “libero e sovrano” a digerire senza fatica né pensiero i suoi inediti, per i più, DPCM antipandemici. In altri contesti avremmo assistito a contestazioni e rivolte, linciaggi e sommosse. Re Conte, invece, più plagiava obbendienti sudditi, quindi più creava sudditanza psicologica, più aumentava la sua popolarità.

Dal lat. subdĭtus, p. pass. di subdĕre ‘sottomettere, assoggettare’.

Poco più di un anno dopo Re Conte è caduto. Giuseppe Conte, affettuosamente detto oltreoceano Giuseppi, non solo è caduto. Ben più. Continua a cadere. Letteralmente, è in caduta libera. Non si contano più gli insuccessi elettorali e giudiziari che riguardano la sua azione di governo preDraghi e la gestione di quel che fu il “non siamo un partito, non siamo una casta“, adesso disciplinato dall’ormai superato “non statuto“.

Sempre più numerose sono le pronunce dei tribunali che smontano i suoi decreti presidenziali, censurati anche sul piano della legittimità costituzionale. Indagini penali si addensano all’orizzonte su Conte e sulla gestione della “pandemia”. E lui, grande avvocato, non teme il giudizio delle corti penali, perché saprà difendersi dalle accuse, quando sarà convocato, spiegando di avere agito in condizioni estreme e nell’esercizio di un dovere. La giustizia italiana è lenta e non vi sono al momento le condizioni in Italia per vedere Conte sul banco degli imputati. Senza un clima sociale diverso, su questo fronte, Conte può “stare sereno” per qualche mese ancora.

Dove, invece, Conte ha già perso il sonno è il fronte dell’ormai “suo” partito. Il benemerito avvocato “ammazzacinquestelle”, il terribile per Di Maio & Co., Lorenzo Borrè, continua indefesso e sistematicamente a fendere lo statuto scritto da Conte, che ha sostituito il “non statuto” di quel che ora è un partito a tutti gli effetti: l’ormai fermo e spento Movimento 5 Stelle, divenuto al contempo partito e casta. L’avvocato Borré fende e il M5S si lacera, lasciano intendere gli ultimi superstiti di un’epopea politica a metà strada tra l’avanspettacolo e l’antipolitica.

Avv. Lorenzo Borrè

Avv. Lorenzo Borrè, detto “ammazzacinquestelle”

All’indomani della disfatta delle Amministrative del 12 giugno, le Stelle cadenti hanno accusato Borré di impedirgli, con i suoi ricorsi in tribunale, la formazione delle classi dirigenti sui territori del neonato – da oltre un decennio – partito. Eppure, è stato proprio Giuseppe Conte ad azzerare i meetup, come evidenziato dallo stesso Borré. Abbiamo appreso dall’editoriale Domani che il 15 giugno 2022 il Tribunale di Napoli ha respinto il ricorso cautelare presentato da otto iscritti difesi dall’avvocato Lorenzo Borrè, ma che si annuncia un giudizio di reclamo molto insidioso per Conte & Co. Del resto, già in precedenza in via cautelare è prevalsa la linea di Conte, poi rovesciata davanti al Collegio del Tribunale. “Per Conte e il Movimento è l’ennesima grana giudiziaria procurata dall’avvocato Borrè, una sequela di provvedimenti che hanno contribuito ad alimentare l’immagine di un leader e di un partito ormai alla mercé degli eventi. Sono problemi che vanno ad aggiungersi alla lunga lista di guai che Conte deve affrontare: colonnelli e gruppi parlamentari che non rispondono alla sua leadership e un carnet di vittorie da rivendicare al momento tristemente vuoto“. Per i ricorrenti, difesi da “ammazzacinquestelle”, la questione è di puro principio: il movimento è sorto su basi inconciliabili con la sua successiva deriva ed ha consentito l’ascesa politica di singole figure (Di Maio, su tutte) a scapito della buona fede e dell’impegno di diverse decine di migliaia di cittadini.

Stelle cadenti, le ha ribattezzate la nota trasmissione Rai “Report” nella puntata del 6 giugno 2022, con un servizio che sfiora soltanto la degenerazione di quei bravi ragazzi che in campagna elettorale servivano la pizza ai cittadini. La trasmissione di Ranucci eppur ne mostra l’evidenza di un progetto politico in decomposizione e dal doppio volto. Da una parte, la mission di una élite pentastellata demolitoria della pubblica fede nella funzione essenziale, quindi necessaria, della politica, per garantire diritti, tutele e libertà; dall’altra, una narrativa capace di interpretare il malessere popolare e di tradurlo in protesta, fino a determinare un sentimento comune, una vera e propria moda politica, che ha condotto perfetti sconosciuti e sostanzialmente inadeguati al Governo del Paese. E di questa moda hanno approfittato senza ritegno quei paladini a parole che nei fatti hanno rifilato dentro le istituzioni e la pubblica amministrazione loro pari e parenti, inadeguati senz’arte, secondo gli schemi famelici e familistici tipici dei centri di potere e di chi ritiene meritevole solo chi gli è affine per una questione essenzialmente genealogica.

La casta dei 5 Stelle rappresenta non solo la negazione dei principi iniziali; ben più, l’opposto.


Ed ora a Giuseppe Conte non può bastare Giuseppi. L’ex avvocato del popolo, o avvoltoio dei polli, può conquistarsi il vezzeggiativo di Giuseppino, simpaticamente Pino, adeguatamente Pinocchio Conte. Voce tremolante, sguardo a tratti assente, senza la professionalità della regia delle dirette di Palazzo Chigi sembra un uomo qualunque, spettinato, con la cravatta fuori posto, ripiombato sulla terra, ove ora sprofonda.

Politicamente fuori dai giochi, agganciato alla speranza che Letta non lo abbandoni al suo destino di oblio e si ricordi di lui e di pochi altri in vista di un ampio campo che metta insieme tutti, Conte compreso. Non sia mai che torni a fare l’avvocato o il docente universitario. Non avrebbe stimoli. Dopo le scherzose conversazioni con Angela Merkel, le dirette a reti unificate per consentire di prendere il caffè seduto o in piedi, le foto al G8, all’ONU e all’UE, le motivazioni esistenziali apparirebbero inconsistenti nel dover tornare ai codici e alle gazzette.

Giuseppino vorrebbe riprendersi il giocattolo, ma non può perché questo è nelle mani del più bullo dei bulli, per quanto non indifferente ai coriandoli di una femene. Conte vorrebbe, ma non può. Il timor di Draghi sembra sopraffarlo. Così ogni giorno Pino agita il pericolo di una crisi di Governo, ma tutti gli atti del Governo passano e i Ministri “contiani” restano al loro posto. Così ogni giorno Pino si indispone, si dimena, si anima e si sbatte, ma tutti gli atti del Governo passano e i Ministri “contiani” restano al loro posto. San Pinocchio è tentato, ma il timor di Draghi prevale.

San Pinocchio è tentato, ma il timor di Draghi prevale.

Conte è caduto. Lo ricorderemo come usurpatore di funzioni non proprie e come eversore dell’ordine democratico. Con un’attenuante. Quella d’aver agito privo della consapevolezza di essere manovrato da menti raffinatissime, che lo hanno agitato attraverso le leve della popolarità a cui è stato innalzato. Quando il gioco si è fatto duro, Giuseppino ha tentennato, così rallentando il passaggio dall’emergenza pandemica a quella bellica. Il suo tergiversare sull’obbligo vaccinale ai sanitari ha imposto l’accelerazione improvvisa con l’affidabilissimo e vile affarista Draghi Mario, lieto di una storica rivalsa rispetto allo sgambetto che Cossiga gli fece in diretta televisiva molti anni or sono. Ora Conte tenta di accreditarsi ancora, agitando una sciabola che pesa più di quanto la sua mano da damerino può tenere. Il partito politico Movimento 5 Stelle, infatti, è un fardello di arrivisti privi di scrupoli che attendono il proprio momento per svoltare. Lo sa bene la popolazione, lo abbiamo capito tutti.

Per tale ragione, la nave del pirata Conte in vestito carnascialesco non sta affondando, perché è già affondata, già poggia sui fondali dell’oceanico oblio politico. Assistiamo alle ultime bollicine di ossigeno che risalgono dalla stiva in fondo al mare. Marzo 2023 è vicino, il regolamento dei conti e il ridimensionamento di Conte sarà inesorabile, come lo è stato per Renzi, Alfano e come lo sarà per tutti gli altri. E’ la democrazia, bellezza!

 

Lillo Massimiliano Musso