18 Settembre 2024

La strage dei cercapersone che esplodono. E se lo facessero con i telefonini? La nuova frontiera del terrorismo

By Il Corriere del Popolo

La fantasia del terrore a Israele di certo non manca. Con la scusa delle persecuzioni subite dal popolo ebraico sotto il nazismo, alcune entità che prescindono da qualsiasi questione “razziale” pretendono da quasi ottant’anni di affermarsi sul piano della superiorità morale, giungendo ad imporre con l’uso sapiente dei mezzi di comunicazione di massa la “legittimità” di veri e propri atti terroristici. In ultimo, il colpo di genio della mini-carica esplosiva di pochi grammi in un dispositivo portatile utilizzato dai nemici di Israele. Si tratta dell’obsoleto “cercapersone”, sostituito da tempo dal telefono cellulare prima e dallo smartphone poi. Gli Hezbollah utilizzano i cercapersone per non essere intercettati e localizzati, quindi per comunicare con dispositivi privi di Gps e a senso unidirezionale, di fatto risultando invisibili alle intelligence israeliane.

Il cercapersone è un semplice apparecchio elettronico portatile per la trasmissione di brevi messaggi in un sistema wireless; quindi, il cercapersone non poggia su una rete internet e sfugge dalla rete di intercettazione digitale. Inoltre, per la sua semplicità tecnica non è vulnerabile da attacchi informatici. Infine, funzionando tramite segnali radio, non richiede una connessione a internet e funziona in ogni luogo. Il cercapersone è alimentato con batterie agli ioni di litio, dello stesso tipo di quelle utilizzate nei dispositivi elettronici di largo consumo, come gli smartphone, gli smartwatch, i tablet, i robottini che puliscono la casa, ma anche delle ormai sempre più diffuse auto elettriche. La cronaca ci racconta da tempo che possono surriscaldarsi e incendiarsi, addirittura esplodere.

La domanda, a questo punto, è: può succedere su larga scala con auto elettriche, elettrodomestici e dispositivi portatili?

La risposta è “no”. Perché nei cercapersone esplosi in Libano e in Siria erano presenti cariche di venti grammi di esplosivo. L’azione di hackeraggio è consistita nel portare a surriscaldamento il dispositivo mobile e l’esplosivo ha fatto tutto il resto. Quindi, certamente i dispositivi a batteria possono surriscaldarsi ed esplodere, ma con un danno limitato e non paragonabile a quello determinato dalla presenza dell’esplosivo “Petn”, ovvero del “tetranitrato di pentaeritrite”, che è uno degli esplosivi esistenti più potenti. Nel nostro smartphone è da escludere che vi possa essere una carica di Petn, fino a quando magari a qualcuno non verrà la fantasia di vendere telefonini “truccati”. Tanto non sono ispezionabili all’interno, poiché sigillati.

Cosa fare?

Lo abbiamo chiesto a Lillo Massimiliano Musso, segretario di Forza del Popolo:

Il Governo italiano, con una legge del Parlamento, dovrebbe imporre che tutti i dispositivi a batteria siano ispezionabili, quindi dotati, come era un tempo, di uno sportellino per la rimozione e per la sostituzione della batteria“.